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venerdì 31 luglio 2015

#libri: Jonas Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Le premesse per fare di "Il centenario che saltò dalla finestra" un buon libro, ci sono davvero tutte: una trama dai mille intrecci, ironia e humour a profusione, un protagonista che, nonostante la veneranda età, è degno del miglior film d'azione hollywoodiano, sicuramente più ginnico di me che di anni ne ho 74 in meno.

Tuttavia, secondo me, la storia non sempre riesce a decollare. Mi spiego meglio: sicuramente il romanzo è molto godibile, divertente ed è ricco di passaggi davvero esilaranti, tuttavia il ritmo narrativo e il dispiegarsi della trama sono, talvolta, un po' fumose, forse perché troppo ampi e articolati per un solo libro.

Ma, già che l'ho tirata in ballo, facciamola una piccola digressione su questa trama: il libro inizia con il nostro canuto eroe, Allan Karlsson, alle prese con i preparativi per festeggiare degnamente i suoi 100 anni, tondi tondi. O meglio, è l'arcigna infermiera Alice, direttrice della casa di riposo dove Allan risiede, a dirigere le operazioni poiché, dal canto suo, il nostro arzillo vecchietto sta meditando la fuga: è un attimo che, scavalcata la finestra, si ritrova alla stazione degli autobus, dove lo attende la prima epica avventura. Infatti, dopo un incontro alquanto sgradevole con un giovinastro biondo e maleducato, Allan decide che un pizzico di trasgressione non può che far bene ad un cuore vecchio di un secolo, e ruba la valigia del giovane, che, come scopriremo in seguito, è uno dei membri   della banda più violenta della città.
 
Questo il pretesto per dare inizio a una spirale di epiche disavventure, costellata di omicidi (!), incontri fortuiti, agenti di polizia sull'orlo dell'esaurimento nervoso, killer dalla dubbia ferocia, elefanti di nome Sonia (!!) e un epilogo che cade a fagiuolo in una storia come questa.

Il racconto si muove su due piani temporali paralleli che, soltanto nell'ultimo capitolo, si incontrano chiudendo un ciclo; si alternano capitoli ambientati nei primi anni del Novecento, con i ricordi di gioventù di Allan (la permanenza in una struttura psichiatrica, la tendenza a far saltare per aria tutto ciò che lo circonda...) ma soprattutto le sue esperienze di vita più significative.
   E qui inizia un po' di caos narrativo. Infatti l'autore ci conduce in un viaggio attraverso contesti e momenti storici innumerevoli, raccontandoci dell'incontro tra il protagonista e Stalin ("un folle in preda a terribili attacchi d'ira"), Mao Tse Tung ("generoso, al punto da donargli una rendita che gli permette di vivere a Bali da gran signore"), il presidente Truman ("un bonaccione") e i suoi successori, e via così, in un susseguirsi vertiginoso di episodi accattivanti, ma che rischiano di far perdere il filo al lettore.

A tratti sembra quasi di leggere un Bignami di storia moderna, che va dalla Rivoluzione Russa fino al disarmo nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica (a proposito: indovinate un po' chi avrebbe inavvertitamente svelato la formula della bomba atomica ai russi? Sì, proprio lui.), un racconto narrato dalla lucida memoria di un uomo che ha vissuto una vita a base di lampi di genio, nitroglicerina e acquavite.

Allan Karlsson si pone come un novello (e svedese) Forrest Gump, morde la vita con un'innocenza commovente, vive con una leggerezza che fa invidia, un po' sprovveduto, questo sì, ma sempre capace di strappare un sorriso a chi gli sta vicino.



Tirando le somme, a prescindere da trama, stile letterario e dettagli più tecnici (che possono piacere o meno, ma che comunque non ne pregiudicano la bellezza), ciò che dona veramente valore all'opera è il messaggio che ci trasmette: la vita continua, anche a 100 anni, e va vissuta intensamente fino in fondo.
   Un inno alla gioia di vivere e al coraggio di non darsi mai per vinti perché, con quel balzo, Allan non ha soltanto saltato una finestra, ma ha oltrepassato la soglia tra costrizione e libertà, ha scelto di trovare, ancora una volta, il suo posto nel mondo.
   Un'iniezione di positività alla quale sono riuscita a dare un significato ancor più pregnante dopo aver letto qualche info biografica sull'autore, Jonas Jonasson: reduce da un terribile esaurimento nervoso e costretto a lasciare il suo lavoro di giornalista, ha trovato un rifugio spirituale nella scrittura, che evidentemente l'ha condotto ad una vera e propria catarsi personale.
   Quando si dice, il potere delle parole.  

giovedì 30 luglio 2015

#viaggi: Staglieno, un luogo di magica suggestione

Oggi vi voglio condurre per mano in un breve viaggio, un percorso soprattutto visivo ed evocativo, all'interno di uno dei cimiteri più belli d'Europa, quello di Staglieno a Genova. No, non sono impazzita e non mi sono data alla necrofilia, ma bisogna sfatare il mito del cimitero come luogo triste, buio e trasandato, un luogo dove andare soltanto il 2 novembre proprio perché "ci tocca farlo".



Infatti quello di Staglieno è un cimitero monumentale, che contiene testimonianza artistiche di grandissimo livello, oltre ad una sensazione di pace e mistero che convivono in maniera del tutto armoniosa.
   La prima impressione, una volta varcato il cancello, è di maestosità e rispetto: ci si sente così piccoli di fronte alle possenti arcate di sapore goticheggiante, alle statue che si ergono come mute sentinelle incredibilmente espressive, guardiani immortali delle nostre spoglie mortali.
   Un altro fattore di primaria importanza è la presenza di tantissimo verde, piante, alberi, gli immancabili cipressi, arbusti di ogni genere che incorniciano le lapidi e le sepolture, infondendo nel visitatore un senso di pace che ricorda tanto i giardini inglesi.
   Un luogo ideale per una passeggiata, e per liberarsi della concezione superstiziosa che ancora, purtroppo, pervade la nostra cultura.


 Non vi fornirò nozioni tecniche o particolareggiate di questa struttura, poiché se ne trovano a bizzeffe in qualsiasi volume a riguardo o addirittura su Wikipedia, che contiene descrizioni piuttosto esaurienti per una prima conoscenza, ma vi racconterò un percorso emozionale, personale e soggettivo all'interno di quello che è, a tutti gli effetti, un vero e proprio museo a cielo aperto.











Un solo dettaglio nozionistico, dal quale non possiamo prescindere: all'interno del cimitero sono sepolte moltissime illustre personalità della storia e della cultura italiana, tra cui: il padre della Patria Giuseppe Mazzini, il partigiano Ferruccio Parri, l'attore comico Gilberto Govi e l'immortale poeta e cantautore Fabrizio De André, la scrittrice Fernanda Pivano e il poeta Edoardo Sanguineti, per citarne soltanto alcuni.





























In questo percorso che, per godere appieno della bellezza di ogni angolo, necessita di almeno 4 ore di cammino, veniamo a contatto con stili eterogenei e variegati: colonne classiche si mescolano a guglie gotiche, pinnacoli neogotici si uniscono a vetrate e dettagli in puro stile Liberty, ma senza mai turbarne il senso di equilibrio.




Possiamo osservare una profusione di angeli dalle sembianze delicate ed eteree, madonne addolorate, immagini religiose tipiche della cristianità ma, specialmente, figure di un'umanità e un realismo che lasciano senza fiato: non è possibile restare indifferenti di fronte a padri che stringono in braccio, per l'ultima volta, i propri figli, madri che non vogliono staccarsi dalla realtà familiare, dall'espressività quasi dolorosa, moltissimi fanciulli, ognuno con la sua espressione, con la sua, seppur breve, storia, anziani piegati dal dolore e dalle fatiche che la vita ha riservato loro.





Interminabili gallerie di personaggi che, se osservati con attenzione, sanno comunicare con il visitatore, attraverso il muto linguaggio della scultura monumentale. Un linguaggio dei segni, delle espressioni, che emoziona più di mille parole.
   Ed è così che, prestando attenzione, possiamo cogliere una lacrima sul volto di una nonna, una ruga nata da un leggero sorriso, appena accennato, la fierezza di uno sguardo, alle volte difficile da sostenere.



La cura dei dettagli è quasi maniacale: ne sono un esempio gli oggetti che ci aiutano a leggere le opere e le tombe stesse, il dettaglio di un fiore ad indicare la pace, una clessidra che ci ricorda la caducità del tempo, un breviario, ovvero la fede che ci accompagna nel momento estremo, o ancora un teschio e delle ossa, a rimarcare il gusto un po' macabro tipico dello stile Gotico e Liberty. 





 

Se avete voglia di perdervi in un luogo davvero unico nel suo genere, allora non lasciatevi sfuggire questa occasione: visitatene ogni angolo senza esitazione, salendo verso la parte alta, che sconfina in un'area boscosa dove troverete cappelle simili a piccole cattedrali, e scendendo verso i corridoi più sotterranei, dove l'umidità non pregiudica la bellezza delle statue che troverete.







E, ovviamente, una raccomandazione: abbiate rispetto di questo luogo, troppo spesso mi è capitato di vedere gente a gettare rifiuti a terra, senza remore, un gesto che, in un luogo simile, appare doppiamente stupido e dannoso. Abbiamo la fortuna di nascere immersi nella cultura e nell'arte, non sprechiamola né sottovalutiamola.

"La bellezza salverà il mondo", diceva lo scrittore russo Fedor Dostoevskij, e non avrebbe potuto essere più nel giusto.




martedì 28 luglio 2015

#libri: Elena Ferrante, un caso di "celeberrimo anonimato"

Sulla scia del recente Premio Strega 2015, mi è venuta voglia di conoscere qualcosa in più su una delle figure più controverse e affascinanti di questa edizione del prestigioso riconoscimento letterario (dove peraltro ha ottenuto un buon terzo posto con il romanzo "Storia della bambina perduta"), se non dell'intera storia della letteratura nostrana: la scrittrice Elena Ferrante, un nome che dice tutto e niente allo stesso tempo.

Infatti, di Elena Ferrante ben poco si sa: tanto per cominciare, che questo è soltanto il suo pseudonimo; che è una scrittrice napoletana nata nel 1943; che ha studiato i classici, ama profondamente Omero (autore misterioso che, in un qualche modo, evidentemente le è affine) e ammira autori immortali come Shakespeare e Cechov, Federigo Tozzi, Alba De Céspedes ed Elsa Morante. Tutto qui.
   Decisamente poco, specialmente se paragonato all'eco che la sua produzione letteraria ha suscitato e suscita tutt'ora, un anonimato che divide critica e pubblico: trovata pubblicitaria per suscitare interesse, voglia di dar risalto alle proprie opere senza influenzare il lettore con la propria presenza, bisogno di sfuggire ad una notorietà troppo spesso pesante da sostenere o cos'altro?

Probabilmente non lo sapremo mai, e le ipotesi sulla sua identità, da decine di anni, si sprecano. Tra queste, è spuntato il nome di Anita Raja, traduttrice e saggista partenopea, moglie di Domenico Starnone, nonché di Starnone stesso, e ancora di Goffredo Fofi o addirittura dei suoi editori, i coniugi Sandro e Sandra Ferri.

Ma, a prescindere dalla sua identità, le sue opere parlano da sole: da “L'amore molesto”, edito nel 1992 e vincitore del Premio Procida Isola di Arturo-Elsa Morante, del premio Oplonti d'argento e selezionato al Premio Strega e al Premio Artemisia, a “I giorni dell'abbandono”, edito nel 2002 e finalista al Premio Viareggio, da “La figlia oscura” a quello che, forse, è il suo capolavoro assoluto, “L'amica geniale” che, insieme a “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta” e “Storia della bambina perduta”, formano la raccolta “Cronache del mal d'amore”.

Un successo impressionante, che ha attraversato l'oceano arrivando anche in America, dove i suoi romanzi hanno trovato il favore del pubblico grazie alla traduzione di Ann Goldstein.
   Oltre ai romanzi, Elena Ferrante ha pubblicato anche un'opera sui generis, “La frantumaglia”, un volume nato per soddisfare, anche soltanto in parte, la curiosità del pubblico nei  suoi confronti: si tratta infatti di una raccolta di lettere dell'autrice al suo editore, con alcune interviste da lei concesse, sempre in via epistolare, manco a dirlo.
   E proprio grazie a quest'opera riusciamo a sondare un po' più in profondità l'io della scrittrice, che finalmente racconta del suo bisogno di anonimato, che deriva da un irrefrenabile desiderio di autoconservazione, di protezione della propria dimensione privata, una necessità impellente di mantenere una certa distanza da una realtà caotica e nevrotica.

“Non parteciperò a dibattiti e convegni, se mi inviteranno. Non andrò a ritirare premi, se me ne vorranno dare. Non promuoverò il libro mai, soprattutto in televisione, né in Italia né eventualmente all’estero. Interverrò solo attraverso la scrittura”,    
così ha dichiarato in una delle lettere contenute in quest'opera.

Come ho anticipato all'inizio del post, recentemente la Ferrante era tornata a far parlare di sé, anche se indirettamente, per aver accettato l'invito di Roberto Saviano, che ha proposto la candidatura dell'ultima opera della scrittrice allo Strega 2015.
   Una proposta lusinghiera, alla quale Elena Ferrante ha risposto con ironia, ma anche con una punta polemica: “Non ho possibilità di vincere, anche se mi attrae l’idea di sparigliare le carte in una gara ormai finta... tuttavia, perché vuoi candidare “L'amica geniale”? La sua casa editrice non è potente e quindi non organizzerà alcun party né raccatterà voti porta a porta, numero di telefono per numero di telefono. Quanto a me, non figurerò a feste di nessun genere, non intratterrò anche nei giorni feriali Amici e Amiche della domenica, non sfoggerò un marito o fidanzato potente, non mi guadagnerò in abiti sobri o estrosi un servizio fotografico e la copertina di qualche magazine”. 

Insomma, non si farà vedere, ma Elena Ferrante graffia anche a distanza; in fondo, ne uccide più la lingua che la spada, si sa. 

lunedì 27 luglio 2015

#film: Unstoppable. Fuori controllo.

Dopo fiumi di scetticismo cronico e irreparabile sconsolatezza cinematografica, ieri mi sono finalmente imbattuta, seppur casualmente, in un film che merita davvero di essere definito tale: sto parlando di "Unstoppable. Fuori controllo", pellicola del 2010 diretta da Tony Scott, regista già celebre per aver diretto "filmoni" come "Top Gun" e "Nemico Pubblico".


Si tratta di un film basato su una vicenda realmente accaduta, il disastro ferroviario (o quasi) avvenuto in Ohio nel 2001 quando un treno, fuori controllo, percorse oltre 100 km senza personale a bordo. Un fatto di cronaca che, sinceramente, non ricordavo affatto (in effetti all'epoca avevo soltanto 12 anni) e che, probabilmente, non avendo lasciato dietro di sé una carneficina, non ha attratto poi così tanto i mass media nazionali e non.

Tornando al film, tra gli attori principali troviamo Denzel Washington, una vera e propria istituzione nel mondo del cinema, magistrale in questa sua interpretazione, un bravo Chris Pine, che è uscito dal suo solito ruolo "bel bamboccione dall'occhio ceruleo" offrendo al suo pubblico un'interpretazione drammatica e d'impatto, e Rosario Dawson, nei panni di una dirigente ferroviaria, concedetemelo, con le palle. 

Ciò che colpisce di più, fin dalle prime scene del film, è l'assoluta leggerezza del personale ferroviario locale, fattore che ti fa rivalutare un po' quello nostrano (forse): un macchinista che scende dal treno che sta guidando, gira lo scambio per poi risalire su un treno che, ma guarda te, nel frattempo ha già preso velocità e si sta allontanando inesorabilmente.

Da qui, ansia, tensione e adrenalina a mille. Tutto il film si snoda lungo la corsa folle per cercare di fermare il convoglio che, a causa del peso e della lunghezza di oltre un chilometro, procede spedito, dritto incontro ad altri treni che macinano km, sullo stesso binario, ma in direzione opposta.
Catastrofi evitate in extremis grazie ad un coordinamento centrale stranamente efficace, e un intervento provvidenziale da parte di un ferroviere-eroe che è riuscito a bloccare la folle corsa saltando sul treno e tirando il freno.



Nel film, ovviamente, realtà ed enfatizzazione tutta hollywoodiana si mescolano, lasciando comunque inalterata la trama della vicenda, con un buon compromesso in grado di tenere lo spettatore incollato allo schermo con un mix di ammirazione e mal di stomaco perenne. Particolarmente efficaci le riprese fatte direttamente dalle cabine di comando del treno, che rendono bene il senso di velocità e la percezione del pericolo.

Una curiosità: durante le riprese del film, che ha anche rischiato di non venire alla luce a causa dei continui tagli di budget da parte della Fox, un treno utilizzato per girare alcune scene è deragliato sul serio, nel villaggio di Bridgeport (Ohio), ma senza provocare danni o feriti, fortunatamente.

Insomma, un thriller realistico e ben congegnato, dove la suspense si mantiene inalterata dall'inizio alla fine, legandosi anche alle vicende familiari dei protagonisti, ma senza cadere mai nella sdolcinatezza gratuita.



Un film che mi ha spinta anche a fare una piccola riflessione, un po' polemica, com'è nel mio stile:
Possibile che conosciamo tutti i dettagli della vita erotico-sentimentale di showman e starlette, e il nome di quel ferroviere che riuscì a evitare una possibile carneficina non risulta da nessuna parte, invece di comparire a caratteri cubitali non appena aperto Google?! 
 Meditate, gente, meditate e schifatevi quanto me, per cortesia.

sabato 25 luglio 2015

#arte: Quando l'arte è anche... non prendersi troppo sul serio

Anche oggi "ariparliamo" di arte, ma stavolta niente De Chirico, virtuosismi del pennello o dello scalpello, opere di immane bellezza e ieratica fierezza.
No, stavolta ho deciso di condividere con voi la mia prima volta come spettatrice di una performance di arte contemporanea. Sento il bisogno di condividerla con voi, pubblico della rete, anche perché una seduta di psicanalisi mi costerebbe troppo, e si sa che la giornalista media è giovane, bella e squattrinata.

Come vi dicevo, il fattaccio è accaduto appena una settimana fa, presso il Serravalle Designer Outlet, o McArthur Glen, o come cavolo si chiama, fatto sta che io ci abito di fronte, quindi non potevo perdere l'occasione. 
In effetti io mi sono recata lì credendo di limitarmi alla visita di una mostra d'arte sul suggestivo tema de "I colori del viaggio", quindi ero alquanto rilassata e piacevolmente bendisposta. Povera illusa
Infatti, proseguendo nel tragitto insieme ad un gruppetto di altri amabili sprovveduti come la sottoscritta, mi sono imbattuta in una piccola giapponese tanto bella quanto tarantolata: lunghi capelli corvini, mimica incredibilmente teatrale, voce da mezzo soprano fracassa-bicchieri-di-cristallo.

Sì, perché prima ancora di vederla, l'ho sentita, con un acuto degno della Ricciarelli nei suoi momenti migliori, e devo dire che mi sono anche un po' spaventata, non avendo nemmeno riconosciuto la lingua arcana di questi gorgheggi che sfioravano gli ultrasuoni. 
Dopo un primo momento di sgomento collettivo, abbiamo compreso l'atroce verità: eravamo nel bel mezzo di una performance, e soprattutto io e il mio ragazzo ci eravamo messi, inavvertitamente, in prima fila. PANICO. Non potevamo scappare, ormai era troppo tardi. Così abbiamo assunto il nostro miglior sorriso stile limone spremuto, molto spontaneo, e ci siamo trasformati negli spettatori modello: paralizzati dalla paura, con questa Erinna nipponica che, ovviamente, è subito venuta a gorgheggiarmi a un centimetro dal naso, attaccando foglietti adesivi sulla fronte del tizio di fronte e coinvolgendo un po' tutti i presenti. 

Setsuko durante la performance "Bee Happy"
La tentazione era quella di fare come a scuola, ai vecchi tempi, quando la prof. di greco decideva di interrogare a sorpresa: per evitare lo sguardo di quella santa donna c'era chi guardava sotto il banco con un interesse che manco ci fosse stato il Sacro Graal, chi ravanava nello zaino alla ricerca di chissà quale varco dimensionale che potesse teletrasportarlo su Marte, chi fingeva svenimenti, collassi e attacchi epilettici di prim'ordine. Tuttavia, con uno sfoggio di maturità notevole, ci siamo trattenuti e siamo rimasti fermi ai nostri posti di combattimento. 

Comunque, sappiate che la performance è proseguita con l'artista che dipingeva, su teli bianchi, figure astratte e poesie in giapponese (cosa che mi è stata spiegata in seguito, ammetto che non ci sarei mai arrivata da sola), utilizzando le dita ma soprattutto i capelli, che non tagliava da sette anni e più. Chapeau, i miei, di capelli, arrivano ad altezza reni, per cui assoluto rispetto, non c'è che dire. 

Infine, l'Erinna in questione ha concluso la performance tornando ad essere una creatura deliziosa, pacata e sorridente, in puro stile orientale. 
Ah, l'artista ha anche un nome e una immane fama nel settore: si tratta di Setsuko, divenuta celebre in tutto il mondo per le sue "Singing Action", letteralmente azioni cantate, momenti di arte e musica dedicati, principalmente, ai temi della natura e della pace (quella a cui ho assistito io nello specifico si intitolava "Bee Happy", dedicata al mondo delle api, con un divertente gioco di parole che è anche un invito ad essere felici con se stessi). Se volete farvi un'idea di ciò che vi sto dicendo, date un'occhiata a questo link, dove troverete una performance analoga: https://www.youtube.com/watch?v=ETdi8fjtsq8



Tirando le somme di questa breve avventura, devo dire che ho provato emozioni contrastanti: avendo studiato per anni storia dell'arte, non credevo di rimanere così sgomenta e a disagio di fronte a una tale manifestazione ma, riflettendoci, lo scopo è proprio questo: non tanto la bellezza dell'atto in sé, anche se fior fior di critici vogliono convincerci del contrario, quanto lo studio della reazione di persone comuni, "normali", di fronte a un qualcosa che ti spiazza, ti affascina, ti spaventa e ti imbarazza, ma che, nonostante tutto, è in grado di suscitare un'emozione, positiva o negativa che sia, ed è questo ciò che conta. 

(... Tuttavia, se posso dare un giudizio... Michelangelo, Caravaggio, Goya & Company tutta la vita, nulla di personale, Setsuko). 

giovedì 23 luglio 2015

#arte: Metà tà physikà...

...ovvero, oltre la natura percepibile dai sensi.
"...si può concludere che ogni cosa abbia due aspetti: uno corrente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l'altro lo spettrale o il metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica, così come certo i corpi occultati da materia impenetrabile ai raggi solari non possono apparire che sotto la potenza di luci artificiali..." (Giorgio De Chirico).
Classicità ed estraniamento, due componenti fondamentali dell'opera di de Chirico


Una definizione, ma soprattutto un'idea che accomuna artisti come Carrà (di ritorno da una breve ma intensa parentesi futurista), De Pisis, Soffici, Morandi, ma specialmente Giorgio De Chirico, e che deriva dal filosofo Aristotele, che con questo termine indicava una realtà che trascende quella conoscibile attraverso i sensi, qualcosa di più immateriale e spirituale.

Ebbene sì, perché oggi si parla di arte, anzi di Arte, con la A maiuscola, poiché Giorgio De Chirico resta sempre uno dei miei primi amori nello studio della storia dell'arte. Nella speranza di riuscire ad andare a Ferrara a visitare la mostra su di lui, intitolata "De Chirico a Ferrara. Metafisica e Avanguardie", che si terrà a Palazzo dei Diamanti dal 14 novembre 2015 al 28 febbraio 2016, mi è venuta voglia di rispolverare un piccolo approfondimento su questo artista meraviglioso, in grado di stupire, far riflettere e turbare il fruitore delle sue opere al tempo stesso.

Ettore ed Andromaca


L'arte di De Chirico nasce in un periodo storico pieno d'incertezze quale fu quello della Prima Guerra Mondiale, quando le persone comuni, coloro che detenevano il potere, coloro che si ribellarono e coloro che acconsentirono senza opposizioni, ma soprattutto coloro che cercarono di dare espressione alle loro emozioni ed ideologie tramite l'arte, ebbero reazioni e manifestazioni contrastanti.

Canto d'amore




Due esempi su tutti: l'entusiastica adesione del Futurismo, con la sua esaltazione della forza della guerra, della macchina, della velocità e della modernità, contrapposta all'analisi più introspettiva della "Metafisica" di cui proprio De Chirico fu il maggiore esponente. E fu proprio lui a proporci una versione profonda e unica sui generis dell'uomo che si prepara a combattere, o a subire, la guerra, totalmente spersonalizzato: infatti nei suoi quadri non esiste più una figura umana vitale, dinamica, ma solo una pallida ombra, una statua, un inquietante manichino nelle mani di un destino più grande di loro.


Le Muse inquietanti


Le radici di questa nuova arte, a tratti pessimistica, si possono individuare nella filosofia storica di Nietzsche e nella solennità della mitologia greca, trasposta in una dimensione angosciosa e ambigua.
Così nascono le "Opere dell'Enigma", dove figure mitologiche come Ulisse scrutano un orizzonte statico, all'ombra di divinità classiche sotto forma di statue, o la serie delle "Piazze d'Italia", caratterizzate da un'architettura classica che tuttavia non permette di comprendere né il luogo né il momento in cui ci si trova, e che spesso si mescola ad elementi di modernità come le fabbriche, di cui si scorgono le ciminiere, in un continuo richiamo tra passato e presente.

A livello stilistico, questi concetti vengono resi da De Chirico tramite una costruzione prospettica secondo molteplici punti di fuga incongruenti tra loro, campiture di colore piatte, uniformi, prive di sfumature e chiaroscuri, figure statiche, immobili, fuori dal tempo e dallo spazio.
Analogo discorso vale per le nature morte, dove ai consueti soggetti si aggiungono elementi della classicità greca, come maschere o parti di statue.
L'arte diventa lo spazio di una rappresentazione mentale, di una dimensione interiore pervasa dall'angoscia dell'indefinito, dal dubbio che dilania l'uomo di fronte alla prospettiva della guerra.

A livello emotivo, è un po' l'effetto che mi fanno le opere di un altro pittore del '900, Francis Bacon. Artista non riconducibile a nessuna corrente artistica, espresse anch'egli l'angoscia dell'uomo, ma questa volta dopo la sconvolgente esperienza della Seconda Guerra Mondiale.
Il suo mezzo espressivo è nel contrasto tra sfondi dal colore piatto, ordinato, e soggetti, principalmente figure umane, trasfigurati, resi attraverso grumi di colore denso steso in maniera brutale.

Trittico, Maggio-Giugno 1973

Studio dal ritratto di Innocenzo X


I suoi soggetti vengono rappresentati in momenti quotidiani, spesso intimi, come l'uomo in bagno mentre vomita, segnali di un disagio fisico e psicologico. La brutalità delle cose, della vita, è resa anche nella dimensione religiosa: l'iconografia sacra è deformata da figure mostruose e stravolte dal dolore, addirittura i suoi ritratti di Pontefici hanno un aspetto disperato e straziato, talvolta ispirati da fotogrammi della "Corazzata Potemkin" di Eizenstein (1926).

Questi pittori credo siano un ottimo paradigma per comprendere come l'arte sia una delle forme più efficaci per comprendere ed esprimere i cambiamenti di un secolo, seppur breve, intenso come il '900, e come questi abbiano influito in maniera spesso negativa e sconvolgente sulla psiche e sull'animo umano.

mercoledì 22 luglio 2015

#viaggi: Salento, dove il mare è più blu...

Quando sono stata in Salento, circa 3 settimane fa, la prima cosa che mi sono sentita dire da un pugliese Doc è stata: "Chi viene in Salento piange due volte: la prima, quando arriva, per l'emozione che suscitano paesaggi come questi; la seconda, quando se ne va, perché piange il cuore a lasciare queste terre incantate". Da buona, scettica piemontese, mi sono detta: "Si vabbè, ho visto anch'io su internet che bei posti ci siano, altrimenti non sarei manco venuta, ma adesso non esageriamo...".

E invece oggi, a distanza di un po' di tempo, mi devo ricredere: in effetti il Salento, e più in generale il Mediterraneo, ti lasciano qualcosa dentro, una sensazione difficile da descrivere a parole, una sorta di dipendenza che ti spinge sempre a tornare. Una sorta di mal d'Africa, ma in versione mediterranea. 

Se anche voi state per intraprendere una vacanza in Puglia, oppure siete indecisi sulla meta da scegliere per le vostre ferie, allora questo piccolo itinerario che vi propongo potrebbe aiutarvi a prendere una decisione (propendendo per il sì, ovviamente!). 

Non appena ho messo piede a Lecce (dopo un estenuante viaggio in treno di circa 12 ore... chi me l'ha fatto fare, con l'areo che ci mette poco più di un'ora? Il fidanzato ferroviere...), è stato subito un colpo di fulmine: il fascino tutto barocco che pervade questa città ha davvero qualcosa di magico, e unico nel suo genere; non per niente, quando si studia storia dell'arte, il barocco leccese è un caso a parte, va da sé. 
Influenze greche, monumentali colonne, capitelli dorici a profusione, uno stile classico che incute rispetto e ammirazione soltanto a guardarlo, il tutto scaldato dalla bellezza della "pietra leccese", un materiale durissimo e poroso al tempo stesso, di un candore sporco e luminosissimo al tempo stesso, che dona un senso di ariosità impressionante in una città così densamente popolata. 


E dalla ieraticità greca si passa subito, addentrandosi nel dedalo di vicoli e stradine del centro storico, all'opulenza tipica del Barocco locale, e specialmente del Tardo Barocco. Un esempio? Il Duomo, intitolato a Santa Maria Assunta. Una piccola curiosità: al suo interno è custodita, oltre ovviamente a pregevoli opere di maestranze leccesi, una lanterna, quella di Sant'Oronzo, considerata miracolosa: ancora oggi gli abitanti più anziani toccano l'olio al suo interno che, come narra la leggenda, sarebbe in grado di tener lontane le malattie. 


Se vi trovate a Lecce, non potete non fare una capatina anche nelle altre splendide chiese cittadine, una su tutte quella di Santa Croce, con il suo magnifico rosone simbolo della città salentina...


Se guardate bene, vedrete il volto della giovane distrutta dal dolore. 
Ciò che mi ha colpito di questa città, oltre alla sua bellezza innegabile, è la quantità di aneddoti incredibili che si imparano standoci anche sol un giorno, basta saperla "ascoltare", e aver voglia di conoscerla a fondo. Ce n'è uno, particolarmente dolce e triste, che ricordo con commozione: la storia della rivalità tra due famiglie degenerata quando, tra i due primogeniti delle rispettive casate, scoppiò un amore profondo e irresistibile, accentuato dal fatto che i due giovani, abitando di fronte, potevano vedersi ogni giorno, dalle rispettive finestre. Le continue faide familiari spinsero la giovane al suicidio, e allora il giovane prese una decisione estrema: fece scolpire, sullo spigolo del muro della propria abitazione, una piccola testa femminile, in modo che la famiglia della ragazza la vedesse quotidianamente e potesse struggersi nel dolore di aver causato la morte di un'innocente fanciulla innamorata.  


Ma basta parlare di Lecce, anche se potremmo proseguire all'infinito. 
Sì, perché il Salento non è soltanto arte, cultura e monumenti pregevoli, ma anche paesaggi naturali davvero mozzafiato, di una bellezza davvero impressionante. 
Infatti, mentre percorrevo le strade assolate e profumate di ulivi, continuavano a tornarmi alla mente le parole di una delle mie canzoni preferite, "Mediterraneo" di Mango (sì, ascolto rock e metal principalmente, ma la poesia che sapeva trasmettermi Pino Mango con le sue canzoni non l'ho mai più provata, lo ammetto):
Bianco e azzurro sei 
con le isole che stanno lì 
le rocce e il mare 
coi gabbiani 
Mediterraneo da vedere 
con le arance 
Mediterraneo da mangiare 
con le chiese 
Mediterraneo da pregare 
Siedi qui 
e getta lo sguardo giù 
tra gli ulivi 
l'acqua è scura quasi blu 
Insomma, una suggestione continua, che ti porta da Santa Cesarea Terme, con le sue architetture di influenza araba e moresca, a Santa Maria di Leuca dove, secondo la leggenda, si incontrano i due mari, Ionio e Adriatico, con le sue chiese candide e il faro che domina la scogliera, fino ad arrivare a Punta Palascìa, il punto più orientale d'Italia, dove sorge il sole un po' prima rispetto al resto del Paese.
E ancora Otranto, con il Castello Aragonese e il centro storico antico che sembra una bomboniera tanta è la sua perfezione, Gallipoli che, a differenza del pensiero comune, non è soltanto un luogo pieno di discoteche e locali notturni, ma possiede un borgo antico molto particolare, e Porto Badisco, dove sarebbe sbarcato Enea, in fuga da Troia assediata e distrutta, in compagnia del padre Anchise e del figlioletto Ascanio.

Per quanto riguarda il mare, non c'è nemmeno bisogno di parlarne: acqua cristallina, di una purezza impressionante, sabbia bianca e finissima in località più turistiche come Marina di Pescoluse e Punta Prosciutto (nei pressi di Porto Cesareo), ma anche di un blu cobalto intensissimo, nelle parti più rocciose, come la già citata Palascìa, come non avevo mai visto.

A picco su Otranto...
Angolo suggestivo di Santa Cesarea Terme

Il faro di Punta Palascìa
Una soleggiata Gallipoli
Insomma, storia, cultura, natura incontaminata, bellezza e, dulcis in fundo, una cucina che merita una menzione a sé: andare in Puglia e non assaggiare i pasticciotti, le orecchiette con le cime di rapa o la ricotta e il pomodoro fresco, il caffè in ghiaccio con latte di mandorle, è un vero e proprio delitto.
Quindi, mi raccomando, onorate le usanze e la cucina locali, se siete di quelli che, quando sono in vacanza, si lanciano sul primo McDonald's che trovano, allora questo blog non fa per voi! ;)

Spero di avervi proposto una prospettiva interessante su questa terra, alla prossima con nuove mete tutte da scoprire!






lunedì 20 luglio 2015

#film: Ba... ba... dook?!?

Attenzione, questo articolo contiene spoiler!
(ve lo dico subito, così evito di beccarmi maledizioni a profusione). 


Quando ho visto per la prima volta il trailer di "Babadook", nuovissimo film horror diretto dalla regista australiana Jennifer Kent (una donna, e già m'ispirava), mi son detta: "Oh là, è la volta buona che ci siamo, stai a vedere che stavolta mi spavento un po' anch'io". 

Sì, perché ho scoperto, nell'arco di lunghe e approfondite indagini condotte in compagnia delle amiche più fedeli, che ho serissime difficoltà a spaventarmi davvero, e non è un'affermazione dettata dalla sboronaggine insita in ciascun italiano medio.
In effetti, è dall'età di 14 anni, cioè da quando ho iniziato a sviluppare una vera e propria passione per il genere più-truculento-è-meglio-è, che sono alla disperata ricerca del Film Perfetto, quello che mixa adrenalina, terrore puro e sottile ansia psicologica, ma niente da fare.

Ritornando al nostro caro Babadook, dicevo, le premesse c'erano tutte: splendida fotografia, con elementi gotici e suggestioni oniriche a go go (Murnau e Méliès docet), immagini potenti e una trama decisamente interessante: al centro della vicenda c'è il rapporto controverso e doloroso di una madre in crisi, distrutta dalla perdita del marito (morto 6 anni prima nel tragitto verso l'ospedale, nel giorno in cui è venuto al mondo il loro unico figlio) e logorata dal senso di frustrazione e fallimento, e il suo bambino, dolce, ribelle e terribilmente fragile al tempo stesso.

In effetti, per un buon 3/4 della sua durata il film mi è piaciuto davvero molto, grazie ad un ritmo coinvolgente e a quel tocco femminile dietro la macchina da presa, incredibilmente tangibile nell'analisi psicologica dei personaggi, nella loro caratterizzazione estrema e a tratti esasperata.
A questo proposito, nel film ci sono scene che danno fastidio e fanno riflettere, scene che sono un vero e proprio pugno nello stomaco: le litanie ossessive di un bambino turbato e sconvolto, che vuole proteggere sua madre da un pericolo tanto terribile quanto difficile da comprendere, la solitudine di una donna che ha scelto di rassegnarsi ad una vita che non le appartiene più, la dolcezza alternata ad una follia che esplode con violenza, incontrollabile.

Perché in fondo Babadook, malvagio demone fuggito dalle pagine di un libro, non è altro che una metafora per descrivere il male di vivere che, talvolta, si annida all'interno delle persone più fragili e vulnerabili, le consuma e le logora fino a spingerle a commettere gesti irreparabili.

Oltre alla sapiente regia e alla potenza delle immagini, merita una menzione speciale il suono: se Shining metteva un'ansia terribile grazie alle scene di completo silenzio, in questo caso è l'esatto contrario: urla disperate che ti fanno accapponare la pelle, e un doppiaggio che rende giustizia alla bravura dei due attori protagonisti, la splendida Essie Davis e il piccolo e talentuoso Noah Wieseman. 

Insomma, dopo tutto questo, uno si aspetta un finale epico, sangue a fiumi o almeno una qualche scena grandiosa, e invece no: l'unico a rimanerci secco è il cane (poraccio, l'unico che non ne poteva niente, finisce nelle grinfie della nostra Essie - Amelia in versione posseduta), mentre la scena finale sembra la pubblicità di un antidepressivo: "Sei giù di morale? Tutto va storto e non sai come uscirne? Comprati un Babadook, e tutto si risolverà!".

No, non ho bevuto un cicchetto mattutino, è proprio così: infatti nell'epilogo del film vediamo madre e figlio finalmente sereni, intenti a festeggiare il compleanno del piccolo Samuel in un lussureggiante giardino, per poi rientrare in casa tutti sorridenti con una ciotola piena di... VERMI?!? E per chi saranno mai questi simpatici animaletti, rigorosamente vivi? Per il caro vecchio Babadook, of course, che ormai si è stabilito in cantina, e viene allevato amorevolmente da Amelia.

Che sia un'altra metafora del'accettazione e del superamento dei demoni che la tormentavano in passato mi sta anche bene però, sinceramente, 'sto Babadook poteva applicarsi un po' di più nel suo ruolo di cattivo per antonomasia; a questo punto devo dire che il Babau, l'uomo nero che popolava i nostri peggiori incubi da bambini, quello che ti inibiva dal mettere fuori il piede dal letto perché, altrimenti, te l'avrebbe divorato, batte il mostro da film horror 1 a 0.


sabato 18 luglio 2015

#libri: Appunti di viaggio... tra le pagine di un libro...



Ci sono libri che sembrano fatti apposta per accompagnarci durante un viaggio in treno, perfetti per farci compagnia durante un momento di pausa dal lavoro, dallo studio o prima di andare a letto, da assaporare con calma o da leggere tutto d'un fiato. È proprio il caso di "La lezione di Milano. Un Romanzo di formazione" di Matteo di Pascale (Blonk, luglio 2015): ecco una serie di “appunti di viaggio” presi on the road – tra le pagine, s'intende!

- Siamo abituati a leggere libri divisi per capitoli, eventualmente per sezioni, ma i “Frammenti” di questo ebook sono proprio una piacevole variante: una forma narrativa particolare, attraverso cui l'autore sottolinea, appunto, la frammentarietà dell'opera, che nasce e si sviluppa proprio come una sorta di vademecum di riflessioni, episodi e vicende di un ragazzo mosso da sentimenti contrastanti.

- Leggendo attentamente il volume, poi, salta all'occhio una seconda suddivisione, piuttosto netta (forse un po' troppo), in due parti ben riconoscibili: la prima, puramente narrativa, caratterizzata da un linguaggio semplice, quasi vicino al parlato, racconta in prima persona le esperienze di vita quotidiana di un universitario tipo; la seconda, invece, contiene numerose riflessioni vicine all'ambito filosofico (in accordo con il protagonista, studente di filosofia alla Statale di Milano), sulla vita e sul suo aspetto materiale e morale.

- Grande pregio dell'opera: il taglio spigliato, semplice e a tratti decisamente divertente, che coinvolge subito nella lettura.

- Dopo aver trovato il pregio, ecco spuntare anche un difetto (legge del contrappasso docet): la narrazione risente dei classici luoghi comuni sulle grandi città – in questo caso Milano (impersonale, dove tutti vanno perennemente di fretta, grigia e legata al dio denaro) – e anche il ritratto del protagonista non si allontana troppo dallo stereotipo del "ragazzo di campagna che se ne va in città" – in questo caso un diciannovenne maremmano sprovveduto e sognatore.

- Nonostante, dalle prime pagine, passi tutta la voglia di andare a fare una gita domenicale nella città meneghina, proseguendo nella lettura troviamo descrizioni accurate di questo luogo tanto ostile quanto suggestivo. Appuriamo così che, oltre alla cotoletta alla milanese, al risotto allo zafferano e alla Madonnina, c'è ben altro nell'indomita Milano.

- Il sottotitolo è, indubbiamente, rispettato in pieno: un “romanzo di formazione” coi fiocchi. Grazie all'influenza di "Dom", personaggio eclettico e sopra le righe, il nostro "eroe contemporaneo" lascerà da parte aspettative esagerate, ingenue illusioni e sogni nel cassetto per cogliere, finalmente, la vera essenza della sua esperienza, lontano dal paese d'origine e dalle abitudini di sempre, una crescita professionale ma soprattutto caratteriale, e una maturità che gli permetterà di comprendere appieno quegli anni di transizione tra giovinezza ed età adulta.

Questo viaggio milanese, virtuale e letterario, è terminato, lasciando la voglia di visitare questa città, nella sua veste di madre e matrigna, con altri occhi: città sognata, idolatrata e disprezzata al tempo stesso, in grado di spingere i suoi abitanti, o chiunque sia disposto a perdersi nelle sue strade, a una vera e propria metamorfosi, da sognatori a pensatori, ma soprattutto da ragazzi a uomini.

"Questo articolo è apparso il 18/07/2015 sulla rivista online Paper Street. Per gentile concessione." http://www.paperstreet.it/cs/leggi/la-lezione-di-milano-un-romanzo-di-formazione-matteo-di-pascale.html

venerdì 17 luglio 2015

#tattoo: In direzione ostinata e contraria...

A volte, per esprimersi e lasciar trapelare un'emozione bastano poche, semplici parole, un'immagine, niente più.
Se poi queste parole sono incise nella pelle in maniera indelebile, acquistano un valore aggiunto.

Questo piccolo post è dedicato a tutti coloro che non apprezzano chi si "sporca la pelle" con un tatuaggio, chi pensa sia una moda passeggera o una dimostrazione di puro e gratuito esibizionismo, ma anche a coloro che scelgono soggetti a caso soltanto per poter dire "Ce l'ho anch'io!".

Questo è il mio primo (e, al momento, unico) tatuaggio, fatto in un momento in cui tutto mi sembrava difficile, durante il quale ho fatto una scelta ben precisa in ambito lavorativo, perdendo occasioni pur di non scendere a compromessi e potermi guardare allo specchio ogni giorno a testa alta.

E sulla mia pelle non poteva trovare spazio nulla se non una frase del Poeta, del mio amato Faber, il cantautore genovese Fabrizio De André; e più precisamente il titolo di una raccolta di canzoni del 2005, che contiene i suoi brani più belli e suggestivi.



In direzione ostinata e contraria, così voglio viaggiare, perché è così che si raggiungono gli obiettivi e si onorano gli ideali. 

giovedì 16 luglio 2015

#libri: Colum McCann, "Questo bacio vada al mondo intero" (recensione letteraria)

Buongiorno a tutti, lettori lontani e vicini, nuovi e assidui (per modo di dire, visto che il blog è aperto da meno di 24 ore...)! 
Non potevo che esordire con una recensione su uno degli ultimi libri che mi è capitato di leggere, "Questo bacio vada al mondo intero", un volume che sa far vibrare le corde del cuore e dell'anima con rara sapienza e maestria. 
Riprendendo le parole dell'autore, a questo punto non posso far altro che augurarmi che "questa recensione vada al mondo intero"... ;)
Buona lettura e buon viaggio tra le righe e i paragrafi della carta stampata! 





"Tutte le vite che potremmo vivere, tutte le persone che non conosceremo mai, o che non saremo, sono ovunque. E' questo il mondo".

Il pregio di “Questo bacio vada al mondo intero” dell'irlandese Colum McCann (Biblioteca Universale Rizzoli, 2011) è che ci lancia un messaggio importante, e ce lo lancia dall'alto, da un'altezza di 415 metri per la precisione: viste dalla cima delle Twin Towers, da un'altezza che fa girare la testa al solo pensiero, le persone sono tutte uguali. Non esistono più le differenze di sesso, di etnia, di cultura, di religione o estrazione sociale, esistono soltanto migliaia di puntini, luminosi di gioia o di oscuri pensieri, di tormenti quotidiani e di piccole, effimere conquiste.
E questo è, di per sé, confortante, ci permette di ridimensionare ansie e tormenti, problemi e pensieri.

Probabilmente a questo pensava il misterioso artista e funambolo Philippe Petit, protagonista celato di questo affascinante libro, figura realmente esistita ma, in questo caso, quasi completamente idealizzata. Un uomo che, nella New York del 1974, riuscì a bloccare temporaneamente il caos della Grande Mela, immobile a osservarlo con il fiato sospeso, a cercare di comprendere quale sarebbe stata la sorte del primo funambolo della storia ad aver attraversato il vuoto che separava le Torri gemelle, in equilibrio su un cavo d’acciaio.

Un uomo che, con una “semplice” passeggiata tra le nuvole, è riuscito a trasmettere un messaggio di speranza in un momento storico che di speranza e positività aveva decisamente bisogno, un'estate torrida fatta di Nixon, Watergate, guerra del Vietnam, rivolte giovanili, povertà e paura, tanta paura di un futuro troppo incerto.

Intorno a questa enigmatica figura Colum McCann (vincitore del National Book Award 2009 proprio grazie a quest'opera) costruisce un romanzo corale, ma allo stesso tempo individuale, fatto di storie e testimonianze intrecciate, voci isolate che si ritrovano accomunate dalo stesso cielo, a tratti impietoso, a tratti meraviglioso.

È in questo contesto che si incrociano le vite di Corrigan, monaco metropolitano che ha trovato la sua missione nelle prostitute del Bronx; di Claire, rinchiusa nella prigione d'oro del suo lussuoso appartamento nell’Upper East Side, distrutta per il figlio morto in Vietnam; di Gloria, discendente di schiavi, che condivide lo stesso dolore della donna; di Lara, artista cocainomane che ha deciso di rifarsi una vita lontana dal suo mondo malato.

Nonostante l'iniziale sensazione di frammentarietà, dovuta al sovrapporsi di storie differenti, la lettura risulta molto scorrevole, e lo svolgimento della trama ci permette di “allargare la visuale” sul mondo, grazie ad una ricerca introspettiva di altissimo livello, ad uno stile che alterna dolcezza poetica ad un realismo crudo, quasi violento.

Il ritratto autentico e diretto di un’America cresciuta all’ombra di quelle maledette torri, simbolo di benessere e dell'orgoglio di una nazione, ma anche, con il senno di poi, di presagio della caduta che sarebbe venuta, e che avrebbe straziato un intero Paese all'apice del potere.

Assolutamente consigliato e, se qualcuno di voi l'avesse letto, fatemi sapere cosa ne pensate! :) 

mercoledì 15 luglio 2015

Eccomi qui...

Ebbene sì, ci sono cascata anch'io: HO APERTO UN BLOG. 
Dopo anni di categorico rifiuto, dopo essermi eretta a pilastro morale anti-blogger-perché-fa-figo-e-lo-fanno-tutti, sono venuta meno al mio credo estremista e anticonvenzionale e ho ceduto al consiglio di un'amica speciale, che mi ha messo la pulce nell'orecchio come solo lei sa fare.
Perché, in fondo, non posso allietare anch'io il prossimo inondandolo di tormento personale, disgrazie apocalittiche e altrettanto apocalittiche paturnie fino a frantumargli gli zebedei, mi sono detta?!
Ma no, nel mio blog cercherò di limitare il malumore ai giorni di mestruo selvaggio, e mi dedicherò a tutto ciò che amo, e che cerco di coltivare dal giorno in cui ho cominciato a ragionare (più o meno...) ad oggi.

Qualche esempio?

  • L'arte, in qualsiasi forma si esprima, dalla Gioconda leonardesca agli aspirapolveri in serie di Jeff Koons (sì, anche quella è arte, mi spiace deludervi...);
  • la musica, spaziando tra generi e stili eterogenei, anche se il primo amore, quello per il metal e il rock, non si scorda mai;
  • la fotografia, rigorosamente amatoriale: se c'è una cosa che adoro è guardare il mondo attraverso l'obiettivo della mia reflex, acquistata con fatica con il mio primo, misero e tanto agognato stipendio (son soddisfazioni!)
  • i libri, che sono stati la mia prima, vera e grande passione, a partire dai 5 anni di età (se a 8 anni ho deciso di iniziare a leggere l'Odissea in versione integrale con testo greco a fronte, potrete ben capire che qualche sintomo di squilibrio l'ho manifestato fin dalla più tenera età).     Vi avverto, in questo blog ne parlerò spesso, fino allo sfinimento, astenersi analfabeti e allergici alla carta stampata e al profumo di cellulosa e inchiostro (e anche un po' quelli che hanno tradito i libri in versione cartacea per questi benedetti e-book). 
Forse qualcuno si chiederà il perché di questo nome un po' anomalo e soprattutto criptico per chiunque non sia piemontese o ligure, ma la realtà è molto semplice: la mansarda, perché è da qui che allieterò le vostre giornate, è qui che si trova la mia camera da letto-studio, una stanza splendida e tappezzata di libri, dal clima particolarmente piacevole in questa stagione estiva (ci aggiriamo sui 32 gradi fissi giorno e notte). 

E i ravatti?! Cosa saranno mai? Si tratta di un termine dialettale che utilizziamo noialtri, gente di confine tra basso Piemonte e Liguria, pseudo-meticci che alterniamo il al belin in maniera costante e quotidiana, e significa "cose varie e non ben precisate, un insieme di oggetti alla rinfusa tra i quali, qualche volta, possiamo scovare qualche piccolo tesoro"
In questo caso specifico, rovistando tra i miei ravatti troverete recensioni di libri vecchi e nuovi, fotografie e racconti dei miei viaggi (reali, immaginari o in cantiere per i momenti in cui il mio portafoglio peserà più di qualche grammo), approfondimenti su notizie inerenti il mondo della cultura in generale oltre, ovviamente, ai miei saltuari svarioni personali.
Insomma, a questo punto non posso che chiedere venia e augurarvi una buona lettura!